09 February, 2017

Intervista al dott. Daniele Santoro - Docente del corso 'La Turchia: dal kemalismo all'islamizzazione'

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Il Dott. Santoro, Analista della Rivista di Geopolitica “Limes”, sarà docente del corso “La Turchia: dal kemalismo all'islamizzazione

Lo Euro-Gulf Information Center organizza, in partnership con l’Università Niccolò Cusano, un Master Universitario di I Livello in “Analista del Medio Oriente: Politica, Economia, Strategia”.

Abbiamo approfittato della sua disponibilità per fargli le domande più salienti in riferimento alle questioni più controverse o poco note relative al suo corso.

Quale potrebbe essere secondo lei l’obiettivo di lungo termine di Erdogan? Coincide con quello del suo cerchio magico nell’AKP?

L'obiettivo di lungo termine del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è quello di trasformare la Turchia nella potenza leader del Medio Oriente e, di conseguenza, dell'Eurasia centro-occidentale. Tale ambizione è condivisa dall'intero Ak Parti, anche da quei dirigenti di primo piano come Abdullah Gül, Ahmet Davutoğlu e Bülent Arınç estromessi dal partito nel corso degli ultimi due anni e mezzo. Il conflitto tra le diverse anime del partito di governo sta negli strumenti attraverso i quali Erdoğan intende perseguire il suo obiettivo. Alcuni ambienti conservatori sono infatti molto addolorati dalla fitna creata nel campo dell'islam politico dallo scontro con Fethullah Gülen e la sua setta. Inoltre, almeno il 20% dell'elettorato dell'Ak Parti non guarda con favore alla riforma in senso presidenziale della Costituzione. Per questo Erdoğan sta valutando l'opportunità di una mossa che possa sparigliare le carte. Secondo alcuni commentatori, il presidente turco starebbe negoziando sottobanco l'astensione del partito filo-curdo Hdp nel referendum presidenziale in cambio della riapertura del “processo di soluzione” della questione curda, che a questo punto avrebbe una notevole dimensione siriana.

Per quanto riguarda la geopolitica regionale, immagina un ruolo da leader o da follower per la Turchia del 2017?

Il 2017 sarà un anno chiave per la Turchia. Per la semplice ragione che il 2017 è l'anno del referendum presidenziale. Il presidenzialismo è l'Obiettivo di politica interna di Erdoğan, che lo aveva posto al vertice della sua agenda ancor prima di diventare primo ministro. Sarà dunque l'esito del referendum, che si terrà con tutta probabilità a metà aprile, a determinare le scelte geopolitiche di Ankara e, soprattutto, la forza con la quale la Turchia potrà perseguirle. La conseguenza più scontata di una vittoria del “no” sarebbero le elezioni anticipate in autunno, ciò che inevitabilmente darebbe vita a un processo di introversione analogo a quello andato in scena tra le elezioni presidenziali dell'agosto 2014 e le elezioni anticipate del novembre 2015. Una vittoria del “sì” aprirebbe invece scenari decisamente più interessanti.

Quanto sono cambiate le alleanze turche dopo il tentato colpo di stato dello scorso Luglio? Quali si sono indebolite? Quali rafforzate? 

Sotto il profilo della politica delle alleanze il golpe del 15 luglio è stato un vero e proprio terremoto. L’ipotetico ruolo della Cia ha infatti accelerato il riavvicinamento turco-russo e messo a dura prova le già precarie relazioni tra Ankara e Washington. Tuttavia, si tratta di un trend reversibile. Erdoğan è un leader pragmatico e utilitarista. In questa fase il leader turco sta riuscendo con straordinaria sagacia a incunearsi nelle zone grigie createsi tra l'“alleanza” con gli Stati Uniti e l'intesa con la Russia. Nelle relazioni con entrambe le superpotenze è centrale il fattore curdo. Oggi Erdoğan tende più verso Mosca perché a partire dalla riconciliazione di fine giugno Putin ha ridotto sensibilmente il sostegno militare alle milizie del Pkk nella Siria del Nord. Lo stesso non si può dire di Trump, nei confronti del quale i turchi avevano ben altre aspettative. Considerando il sostegno militare americano al Pkk in Siria una costante, il futuro delle relazioni turco-americane è legato a doppio filo alla capacità di Erdoğan di rivoluzionare ancora una volta la sua strategia siriana. In questo contesto, la questione legata all'estradizione di Gülen è assolutamente marginale. Per completare il quadro, è opportuno menzionare altri due paesi centrali nell'equazione geopolitica turca: l'Iran e la Germania. Erdoğan è intenzionato a mantenere intatto a tutti i costi il filo che lega Ankara a Berlino da un lato e a Teheran dall'altro.

Ritiene che il governo Erdogan sia in grado di fronteggiare l’emergenza terrorismo? Perché, a suo avviso, l’ISIS ha fatto della Turchia un target privilegiato?

A partire dall'attentato di Diyarbakır del 5 giugno 2015 la Turchia è diventata l'obiettivo privilegiato dello Stato Islamico. Il che non deve sorprendere. Erdoğan e al-Baghdadi hanno infatti un obiettivo in comune: la leadership del campo sunnita. Se lo scontro non è esploso prima è solo per ragioni tattiche. A spiegarle è stato un rappresentante dello Stato Islamico nel maggio 2014 in occasione di un incontro con il responsabile Relazioni esterne del Tev-Dem (la coalizione che governa il cosiddetto Rojava) Omar Alloush il cui contenuto è stato rivelato di recente da Al Monitor: “Voi curdi di politica non capite niente. Erdoğan è un infedele. Ora facciamo finta di sostenerlo perché é nel nostro interesse, ma Erdoğan è un amico di Israele”. Lo Stato Islamico ha dunque condotto contro la Turchia una guerra di percezioni diretta a rovinare l'immagine di Ankara nel mondo e a costringere Erdoğan nell'angolo. La prima fase dell'offensiva terroristica dello Stato Islamico contro la Turchia (attentati di Diyarbakır e Suruç) era volta a far naufragare il “processo di soluzione” della questione curda. La seconda fase, iniziata con l'attentato di Ankara dell'ottobre 2015, mirava invece a prevenire il cambio di strategia siriana abbozzato al G20 di Antalya del novembre 2015 e realizzato con l'operazione Scudo dell'Eufrate nell'agosto 2016. Con l'attentato all'aeroporto Atatürk di Istanbul del giugno 2016, avvenuto il giorno dopo la riconciliazione tra Turchia e Israele, lo Stato Islamico ha infine dichiarato guerra a Erdoğan. L'offensiva militare dell'Is è stata chiaramente facilitata dalle purghe realizzate dal presidente turco nella polizia e nell'intelligence nell'ambito della cosidetta “lotta alla struttura parallela”. 

Nel ringraziare il Dott. Santoro, ricordiamo che queste tematiche saranno al centro del suo modulo su “La Turchia: dal kemalismo all'islamizzazione” nel Master Universitario di I Livello in “Analista del Medio Oriente: Politica, Economia, Strategia”.