19 January, 2017

Intervista alla dott.ssa Cinzia Bianco - Docente del corso “Le monarchie del Golfo”

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Intervista alla dott.ssa Cinzia Bianco

Docente del corso “Le monarchie del Golfo”

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Lo Euro-Gulf Information Center organizza, in partnership con l’Università Niccolò Cusano, un Master Universitario di I Livello in “Analista del Medio Oriente: Politica, Economia, Strategia”.

La Dott.ssa Cinzia Bianco, Analista e Dottoranda di Ricerca sul Golfo Persico all’Università di Exeter, sarà docente del corso “Le monarchie del Golfo”. Abbiamo approfittato della sua disponibilità per farle le domande più salienti su falsi stereotipi e controverse verità in riferimento al suo corso.

 

Il crollo del prezzo del petrolio potrebbe avere conseguenze significative per i paesi del Golfo Persico. Quale regime è più vulnerabile tra Arabia Saudita e Iran?

Certamente l’Arabia Saudita la cui economia dipende quasi totalmente dalle esportazioni di greggio. Non a caso sono stati i sauditi ad aver spinto per il raggiungimento di un accordo all’interno dei paesi OPEC per il taglio della produzione di greggio, che spingesse i prezzi al rialzo. La cosa interessante è che era stata proprio l’Arabia Saudita a contribuire alla caduta dei prezzi nel 2014, rifiutando di tagliare la produzione nonostante la domanda di greggio fosse crollata a livello globale, e l’offerta aumentata per l’entrata sul mercato dello shale oil dal Nord America. Nel frattempo Riyad ha accumulato un deficit tra i più alti di sempre. Insomma quella che era una strategia d’attacco ha finito per scatenare un piano di auto-difesa. L’economia iraniana è invece storicamente assai più diversificata, ed è diventata ancora più resiliente dovendo resistere ad un regime strettissimo di sanzioni.

 

In tempi recenti si sono delineate alcune fratture all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, in particolare tra Qatar e Arabia Saudita. Come è oggi la relazione tra i due paesi?

I due Paesi, entrambi sunniti stanno provando a rafforzare il loro legame. Queste manovre partono da un ammorbidimento della politica estera interventista qatarina sotto l’Emiro Tamim e da una debolezza di Riyadh, che attraversa un momento incerto. In poco tempo, l’Arabia Saudita si è ritrovata dall’essere quasi la “vincitrice” della controrivoluzione della Primavera araba, a trovarsi accerchiata. Sono tante le cose che la preoccupano. In ordine: lo Yemen, l’Isis, la questione iraniana, quella siriana e infine la Libia, dove in verità Re Salman, rispetto ad Abdullah che sosteneva Tobruk (il governo riconosciuto dall’Occidente, ndr), sta tenendo una posizione più defilata, segno di un

altro cambiamento strategico. In questo contesto regionale così delicato, serrare i ranghi con le altre potenze del Golfo era un prerequisito, e il giovane emiro qatarino ha acconsentito a fare i necessari compromessi verso un nemico comune, l’instabilità.

 

Un paese che però si ostina a rivendicare la propria diversità rispetto a quelli del Golfo c’è ancora, l’Oman. Come mai?

Assolutamente, l’Oman rivendica la sua politica di neutralità che gli è valso l’appellativo di “Svizzera della penisola arabica”. Una politica però estremamente delicata e sotto pressione da più parti. L’Arabia Saudita ad esempio da tempo accusa l’Oman di aver mantenuto legami troppo stretti con l’Iran. Ma non solo. Difficilmente nel mondo arabo si accetta che l’Oman abbia mantenuto rapporti diplomatici con il regime siriano di Bashar Al Assad, rapporti che hanno trasformato il Sultanato in un messaggero con il regime più e più volte. Quindi pressioni geopolitiche ma anche le scarse condizioni di salute del Sultano, che non ha eredi, e questioni politiche ed economiche interne al paese, sono una minaccia per la Svizzera araba.

Quali conseguenze avrà questo conflitto tra Iran e Arabia Saudita nella guerra all' Isis?

La guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran non può che alimentare il caos geopolitico nella regione mediorientale. La tattica di guerra per procura comporta nella quasi totalità dei casi supportare attori non-statali con l’obiettivo di destabilizzare governi ostili. Questo è quanto successo in Iraq ad esempio. La destabilizzazione degli stati a sua volta favorisce l’ISIS perché crea vuoti di governance e di controllo del territorio in cui si insediano i gruppi terroristici. Inoltre la guerra retorica e politica tra le due potenze che si gioca su media tradizionali, social media e nei discorsi dei leader politici quanto religiosi fomenta l’odio settario nella popolazione che è la base del consenso di gruppi jihadisti come l’ISIS.

Grazie alla Dott.ssa Cinzia Bianco per averci dato un’anticipazione del tema che esplorerà durante il suo corso “Le monarchie del Golfo” nell’ambito del nostro nel Master Universitario di I Livello in “Analista del Medio Oriente: Politica, Economia, Strategia”.